I numeri del diabete

Nel 2020 le malattie croniche rappresenteranno l’80% di tutte le patologie nel mondo. Il diabete è una di quelle a più rapida crescita. In Italia colpisce circa 3milioni 600 mila persone ed entro il 2035, in Europa, si conteranno 40 milioni di pazienti contro i 52 milioni attuali. Ogni anno in Italia ci sono 250 mila nuovi casi di diabete di tipo 2 e sono 3 milioni 850 mila i diabetici che non sanno di averlo. A questi vanno aggiunti i 2 milioni di italiani che soffrono di prediabete e che se non curati entro 5 anni diventeranno diabetici.

Che cosa è il diabete: il tipo 1 e il tipo 2

Il diabete mellito è una malattia nella quale l’organismo, a causa di un difetto di  secrezione e/o di azione dell’insulina, non è in grado di utilizzare lo zucchero presente nel sangue che, quindi, si accumula alzando la glicemia (concentrazione di glucosio nel sangue). Queste alterazioni del metabolismo degli zuccheri sono, spesso, accompagnate da quelle dei grassi e delle proteine.

Esistono due principali forme di diabete: il diabete di tipo 1 e il diabete di tipo 2.

Il diabete di tipo 1

Il diabete di tipo 1, insulino-dipendente, colpisce prevalentemente i bambini e gli adolescenti, ma non è rara la sua comparsa in età adulta e senile. È affetto da diabete di tipo 1 circa il 6% dei pazienti diabetici. E’ caratterizzato dalla totale, o quasi, carenza di insulina, un ormone che permette allo zucchero di entrare nelle cellule e, quindi, è il principale fattore di controllo del livello della glicemia nel sangue. È un ormone essenziale per la sopravvivenza ed è prodotto dalle cellule beta che si trovano nel pancreas, più precisamente nelle isole pancreatiche. L’origine della malattia resta ancora in gran parte misteriosa, anche se è ampiamente accettato che il disturbo nasca da diversi fattori concomitanti e, in particolare, da un’interazione fra predisposizione genetica e fattori ambientali, dalla quale dipende lo sviluppo di una risposta autoimmunitaria che, alla fine determina, la distruzione delle beta-cellule del pancreas, deputate alla produzione di insulina.

Il diabete di tipo 2

Di solito colpisce gli adulti, per lo più in sovrappeso, anche se ultimamente l’età media si sta riducendo e aumentano i casi tra i bambini e gli adolescenti. Il diabete di tipo 2 è caratterizzato da una ridotta produzione di insulina e una diminuita capacità dell’insulina di svolgere le proprie azioni sul metabolismo. L’insulina, raggiunto il sangue, permette ai numerosi “distretti” dell'organismo (in particolare fegato, tessuto grasso e muscolo) di assimilare gli zuccheri e metabolizzarli adeguatamente. All’origine del diabete di tipo 2 c’è una ridotta capacità di questi "distretti" ad utilizzare l’insulina (insulino-resistenza) associata ad un difetto nelle beta-cellule (sono le cellule nel pancreas che producono l’insulina), che sono in numero minore e funzionano meno del normale, e una tossicità diretta esercitata dall’eccesso di zuccheri e lipidi.

I fattori di rischio

I fattori di rischio che possono contribuire allo sviluppo del diabete si possono dividere in non modificabili e modificabili.

I fattori di rischio non modificabili

  • L’età: oltre il 62% dei diabetici in Italia è al di sopra dei 65 anni, tuttavia anche nel nostro Paese si sta abbassando l’età media di insorgenza del diabete, ed è quindi bene sapere che dopo i 45 anni il rischio di sviluppare il diabete aumenta notevolmente.
  • La familiarità: il fatto di avere familiari consanguinei con diabete.
  • L’appartenenza a determinati gruppi etnici più a rischio: nelle popolazioni asiatica e afro-caraibica la prevalenza del diabete è almeno cinque volte superiore.

I fattori di rischio modificabili

  • Il sovrappeso e l’obesità: l’obesità è chiaramente legata sia all’insorgere del diabete di tipo 2, sia alla frequenza e gravità delle complicanze. Basti sapere che se da una parte su 10 persone diabetiche, 8 sono obese, dall’altra la persona obesa che riduca anche solo del 7% il proprio peso riduce il rischio di insorgenza del diabete del 60%.
  • La scarsa attività fisica: una regolare attività fisica è indispensabile per prevenire e controllare meglio il diabete, per mantenere il peso o diminuire il peso corporeo e, in generale, per mantenersi in salute.
    • l’IFG (Impaired Fasting Glucose o alterata glicemia a digiuno) e l’IGT (Imparaid Glucose Tolerance o ridotta tolleranza al glucosio): sono condizioni intermedie tra una normale tolleranza al glucosio e il diabete di tipo 2, caratterizzate da alterati livelli di glucosio, i cui valori a digiuno stanno tra 110 e 126 mg/dl e, due ore dopo un carico di glucosio, sono superiori a 200 mg/dl. Il 60% delle persone con diabete hanno una condizione di IGT già cinque anni prima della diagnosi.
  • L’ipertensione arteriosa: valori pressori al di sopra della norma (130/85 mm Hg) e non adeguatamente controllati, oltre a rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo del diabete di tipo 2, contribuiscono ad aumentare il rischio delle complicanze cardiovascolari legate al diabete.
  • La dislipidemia: condizione caratterizzata da valori elevati di grassi nel sangue. In particolare risultano elevati il colesterolo totale, il colesterolo LDL e i trigliceridi, mentre il colesterolo HDL è ridotto.
  • Il fumo e l’eccessivo consumo di alcool: cattive abitudini da correggere indipendentemente che si soffra o meno di diabete.

La prevenzione

Il rischio di sviluppare il diabete aumenta progressivamente con l’età a partire dai 45 anni, ed è più alto in chi ha parenti di primo grado con diabete, in chi è obeso e sedentario e/o iperteso, con alterata omeostasi del glucosio o con una condizione di dislipidemia.

E’ fondamentale ricordare che il diabete di tipo 2 in molti casi si può, e si deve, prevenire adottando uno stile di vita corretto, con una adeguata attività fisica e tenendo sotto controllo la bilancia.

Nel caso in cui arrivi una diagnosi di diabete di tipo 2 è importante imparare a gestire al meglio la malattia in modo da poterci convivere il più serenamente possibile e soprattutto per evitare le complicanze che possono essere molto invalidanti e addirittura mortali. Ancora una volta un corretto stile di vita, un’adeguata attività fisica e soprattutto l’assunzione dei farmaci secondo le indicazioni del medico e senza il ‘fai da te’, sono fondamentali.

L'emoglobina glicata

L’emoglobina glicata (HbA1c) si può misurare grazie ad un esame del sangue che si chiama HbA1c e che mostra il valore medio del glucosio nel sangue di una persona nei tre mesi precedenti. Mentre la misurazione della glicemia rivela quanti sono i zuccheri presenti nel sangue al momento del prelievo, quello dell’ HbA1c dà una fotografia nel tempo. Infatti, lo zucchero presente nel sangue si lega a quella parte dei globuli rossi chiamata emoglobina (processo di glicosilazione) e ci rimane per tutta la durata della vita del globlulo stesso (circa 3 mesi). Ecco perché si chiama ‘emoglobina glicata’: si tratta di emoglobina ‘modificata’ perché si è legata al glucosio. Più zucchero c’è nel sangue e maggiore sarà la percentuale di zucchero presente nei globuli rossi. Il valore dell’emoglobina glicata viene calcolato in percentuale.

Ma non è importante solo portare questo livello sotto al 7% è importante anche che l’obiettivo si mantenga nel tempo. Se questo non avviene è necessario apportare dei cambiamenti alla terapia.

L’esame HbA1c si deve eseguire almeno due volte l’anno. Ma nei pazienti che faticano a raggiungere l’obiettivo terapeutico o che non riescono a mantenerlo nel tempo o in quelli nei quali è stata cambiata la terapia è importante che l’esame venga eseguito ogni tre mesi. Proprio perché bisogna sapere tempestivamente se il controllo metabolico è corretto o se ci si sta allontanando dagli obiettivi prefissati. E’ evidente che è il medico a stabilire ogni quanto tempo è opportuno ripetere l’esame perché molto dipende dalle condizioni cliniche, dalla terapia in corso e dalla risposta del paziente ai farmaci.

Il valore dell’emoglobina glicata da solo non basta. E’ importante leggerlo insieme a quello della glicemia, sia con gli esami eseguiti in laboratorio che quelli dell’automisurazione a casa. La glicemia, a differenza dell’emoglobina glicata, dà la fotografia dei valori di glucosio nel sangue al momento del test.

Le complicanze

Il diabete, se curato male o trascurato, soprattutto nelle persone predisposte, determina danni a vari organi e tessuti. Danni più o meno gravi, sono osservabili nell’occhio (retinopatia), nel rene (nefropatia), nei nervi (neuropatia), nelle arterie (vasculopatia) e nel cuore (cardiopatia) ma anche in altri organi e tessuti. Da questo punto di vista il diabete può essere definito una malattia sistemica (di tutto l’organismo). La malattia e le sue complicanze sono però curabili e questi danni possono essere minimi se vengono attuati i programmi di cura appropriati. Il diabete non deve essere trascurato perché le complicanze croniche della malattia, sia essa tipo 1 o tipo 2, possono essere lievi, moderate ma anche gravi, disabilitanti e fatali. Il diabete è la principale causa di cecità, di insufficienza renale con necessità di dialisi o trapianto, di amputazione non traumatica di un arto, e una delle principali cause di infarto del cuore e ictus cerebrale.

  • In certi casi le complicanze sono clinicamente presenti già al momento della diagnosi per il fatto che la stessa è posta mediamente con un ritardo di 5-10 anni rispetto al reale inizio dell’iperglicemia. Per evitare questo problema è necessario anticipare la diagnosi di diabete con controlli frequenti della glicemia soprattutto nei soggetti a maggiore rischio (predisposti alla malattia).